“…- E con cosa e come scrivere? – Con il silenzio; chiudilo nelle lettere della maestra, ringrazia la penna e corri sul foglio, fai che la tua corsa lasci tracce di riconoscenza per chi hai amato, sulla pianura del foglio.” Chandra Livia Candiani
Il primo giorno di scuola gli studenti “grandi” si preparano ad accogliere gli ultimi arrivati. Quest’anno, pensando alla parola “accogliere” e al suo significato etimologico di “legare insieme”, ho programmato questa semplice ma efficace attività da fare a più mani. Ho realizzato su un cartoncino grande una serie di cerchi/ovali concentrici.
Dal materiale per la didattica di SMED
I bambini delle classi Quinta e Prima, divisi in gruppi misti, hanno disegnato a turno dei ritmi a pennarello fatti di segni, disegni e lettere, in base ad alcune regole che avevo dato loro. I ritmi, “legati insieme”, hanno formato una composizione colorata con un bell’impatto visivo. Mettendo i bambini a lavorare in gruppo ad un progetto comune, tutti hanno avuto un ruolo attivo e ognuno è stato indispensabile per la riuscita del prodotto finale. Si sono scambiati idee, hanno dibattuto e fatto delle scelte, hanno pianificato insieme, hanno realizzato quanto avevano stabilito. L’esperienza è come sempre più potente di tante parole.
Prendersi cura del modo in cui si scrive è prendersi cura delle parole, dei legami, dei vuoti e dell’intima armonia che li unisce tutti.
Grazie di cuore ai bravissimi formatori SMED, Daniela Moretto e Mattia Savelli, e alle compagne di corso, che con amore e generosità hanno condiviso la loro esperienza
«Abbiamo bisogno di una rivoluzione della compassione, che dipende dal calore, dalla comprensione della coesione dell’umanità, dalla preoccupazione per il benessere degli altri e dal rispetto per i loro diritti. L’intera famiglia umana deve riunirsi in una comunità sostenibile, globale ed ecologica, che collabora e si prende cura della nostra casa. Mi auguro, e prego perché accada, che avremo maggiore cura della Terra, tutti insieme» – Sua Santità il Dalai Lama
“Per sua natura, l’uomo ama ed è onesto.” Tiziano Terzani
Pensare alla mente in termini di ecologia e di sostenibilità è quanto mai necessario ed urgente. Pensare ad una ecologia della mente richiede più rispetto ed attenzione alla vita, richiede di vedere le cose così come sono e di agire con la capacità che ci viene data di sperimentare in prima persona i problemi da risolvere. Come ci assumiamo la responsabilità dell’igiene del corpo, è indispensabile assumersi la responsabilità dell’igiene della mente che è in grado di depurare il nostro organismo da tutto quello che viene “prodotto”. Se non sciogliamo i “grumi”, non risolviamo le disarmonie interiori, questi inquinanti si sverseranno sulle relazioni con gli altri e su tutto quello che ci circonda. L’essere umano è arrivato al punto di scegliere se fare o no il salto. E’ una cultura che va cambiata sul piano della coscienza e questo richiede il rispetto della vita in ogni sua forma , richiede di integrare la vita adulta con il bambino che è in ognuno di noi. Riconoscere che la nostra mente è, per sua natura, pura, chiara, luminosa e che aspira all’unità .
La prima attenzione di un docente è creare un “buon apprendimento”, cioè coinvolgere gli alunni in quello che è importante, che entusiasma e che li fa migliorare. Si tratta di un apprendimento sociale ed emotivo in cui si concentra l’attenzione su “tre insiemi di abilità cruciali per navigare in un mondo di distrazioni crescenti e di relazioni personali sempre più in pericolo: concentrarsi su se stessi e sul proprio mondo interiore, sintonizzarsi sugli altri, comprendere il mondo nel suo insieme.”(D.Goleman-P.Senge). Sappiamo che essere ricettivi, entrare in sintonia sia con i nostri simili che con animali e piante, è un’ abilità essenziale per la crescita personale e sociale: creare reti di interdipendenza e prenderci cura di questi legami permette di ampliare la nostra percezione attraverso esperienze diverse, migliora la comunicazione rendendola più efficace e quindi ci porta ad essere più sicuri di noi e delle nostre scelte. Il punto centrale sta nell’addestramento dell’etica. Nella comunità scolastica è facile che accadano diverbi, litigi. Nel momento in cui qualcosa ci disturba e ci contrasta, subito sorge la rabbia che ci fa danneggiare gli altri. Seguire l’etica significa semplicemente adottare un comportamento che possa essere non di danno per gli altri esseri e, possibilmente, che sia di beneficio. Se ho fatto un’azione che danneggia, ho detto parole offensive, non è sufficiente chiedere scusa per costruire relazioni efficaci e connesse. Sarebbe meglio dire: “Scusa, ho sbagliato. Cosa posso fare per te?” . Quando invece mi trovo di fronte a comportamenti scorretti da parte degli altri la critica dovrebbe essere rivolta all’azione, non alla persona. Identificare azioni e parole con la persona che le ha prodotte non porta nella direzione giusta. L’altro ci aiuta sempre a misurarci e a migliorarci. Questo non vuol dire assumere un atteggiamento passivo, non si tratta di essere altruisti abdicando alla nostra capacità di comprendere e discernere. Ma piuttosto imparare a criticare quello che infastidisce, spiegando come ci fa sentire e non scagliarsi direttamente contro la persona offendendola. Creare familiarità con questa modalità di risposta è educare a coltivare una mente ecologica, consapevole, che cerca di “sintonizzarsi” sugli altri, di comprendere un punto di vista diverso dal proprio. Connettersi con la nostra vera natura che è quella di ritrovare l’armonia, non la separazione, e di essere sostenuti dagli altri, non abbandonati. Per coltivare questa naturale propensione dell’essere umano dobbiamo tenere presente che ogni vivente, nessuno escluso, vuole essere felice. La salvaguardia del benessere di tutti gli esseri, anche di quelli che in genere fanno paura o che suscitano ribrezzo (penso a rettili ed insetti!), è una qualità da coltivare fin dai primi anni di vita. Con i piccoli l’obiettivo è creare familiarità con il mondo animale e con i tanti modi di dire e le metafore che usiamo nel parlato e nello scritto e che per i bambini di oggi, che stanno poco a contatto diretto con la natura, spesso sono incomprensibili. Inizio esponendo gli alunni di Prima alla lettura quotidiana di poesie, filastrocche, scioglilingua, racconti e favole sugli animali da cui prendere spunto per l’ invenzione di storie, giochi linguistici, similitudini, metafore, testi teatrali… fino ad arrivare quando sono più grandi ad esplorare temi ambientali più vasti, andare a visitare oasi, produrre documentari su flora e fauna del territorio circostante la scuola, creare aule natura, prendersi a cuore la pulizia degli spazi esterni comuni, realizzare progetti di salvaguardia di piccoli habitat (un giardino, un ‘aiuola, un balcone) e beni comuni come l’acqua, fare ogni mese la settimana plastic free ecc… Insomma bisogna agire da subito sviluppando l’abitudine a portare avanti semplici azioni che diventino parte del quotidiano. Raccogliere una cavalletta che rischia di essere calpestata, salvare da un possibile predatore un uccellino caduto dal nido, osservare la tela del ragno invece di distruggerla, liberare un insetto intrappolato, prendersi a cuore la Terra e i suoi abitanti come facciamo con casa nostra … non è cadere nel sentimentalismo. Si tratta di educare al rispetto partendo da ciò che possiamo conoscere meglio perchè lo abbiamo più vicino, di lavorare insieme a tutti gli esseri con cui condividiamo il pianeta e di cui spesso sappiamo poco o niente fermandoci solo all’apparenza. Come potremo in futuro prendere a cuore grandi cause se non ci occupiamo di quelle più piccole?
A scuola, come nella vita, cresce ciò che semini. Se un bambino impara con gioia, nella sua memoria resterà traccia dell’emozione positiva che gli dirà: -Ti fa bene, continua a cercare-” Daniela Lucangeli
Un percorso di apprendimento sociale ed emotivo è stato proposto ad un gruppo misto di 23 alunni delle classi Prima e Seconda Primaria. Si ispira al filone di ricerca scientifica, chiamato “warm cognition”, secondo il quale gli apprendimenti si fissano nella mente insieme alle emozioni ed influiscono concretamente sui processi cognitivi come attenzione, memoria, comprensione. E’ un laboratorio articolato su 8 giorni che lavora sull’interdipendenza, sulla fiducia e sulla capacità di adattarsi alle situazioni, attraverso la narrazione di storie e attività grafico-espressive. Ha come finalità quella di far sperimentare ai bambini una esperienza gioiosa e autentica di loro stessi nella relazione con gli altri, oltre a conseguire abilità personali e conoscenze.
1°Giorno – Lettura della storia “Pezzettino” di Leo Lionni
Ognuno di noi è fatto da tanti pezzettini. Ogni pezzettino è unico e necessario. Tutti insieme i nostri pezzettini concorrono al nostro essere. E tutte insieme le nostre peculiarità concorrono alla realizzazione di un progetto comune. Come è fatto il tuo pezzettino”? Come lo puoi rappresentare in questo momento? Attività espressiva: su un cartoncino bianco quadrato ogni alunno realizza il suo pezzetto con i colori a tempera. Tutti i pezzettini vanno a formare un grande “pezzettone”. E’ la rappresentazione grafica del nostro gruppo, un grande autoritratto di questa nuova identità. Tutti insieme siamo indispensabili per la realizzazione del laboratorio.
2°-3°Giorno – “Lettura con il teatro kamishibai della storia “Come me” di Fuad Aziz.
Entrare in empatia con l’altro. In questo caso si tratta di un animale, un predatore selvatico: il ghepardo. La storia racconta l’incontro tra un bambino e questo felino nato diverso dai suoi simili. Entrambi provano le stesse emozioni; in fondo l’altro, anche se così diverso fisicamente, è “come me”. Si osservano l’ambiente della savana e l’albero-casa (il sicomoro) e come si svolge la vita dei suoi abitanti. Attività espressiva: a piccoli gruppi, gli alunni progettano e organizzano il lavoro che consiste nel rappresentare l’incontro tra i due protagonisti nella savana africana. Su un grande foglio vengono incollate le sagome, precedentemente preparate, di un grande sicomoro, del bambino e del ghepardo. Il lavoro viene colorato a tempera utilizzando varie tecniche e texture.
4°-5°-6° Giorno – Lettura del libro “Provaci ancora Lulù” di Ashley Spires
E’ una storia di resilienza, quella capacità caratterizzata da flessibilità, spirito di adattamento, forza d’animo e costanza che dimostra di possedere Lulù. Lei trova il coraggio di affrontare ciò che la spaventa e, anche se fallirà nei suoi tentativi, non si scoraggia e non perde la fiducia in se stessa. Impara a reagire positivamente, trovando una soluzione differente per raggiungere il suo l’obiettivo. Chiede aiuto agli amici e accetta di non essere in grado di superare quella sfida nell’immediato. Ogni bambino del gruppo racconta la sua esperienza in merito. Che qualità hai messo in atto in quella determinata situazione? Scopriamo che in fondo tutti abbiamo più o meno le stesse paure e reazioni, ma anche grandi risorse.
Attività espressiva: storie in scatola. La scatola di cartone è un oggetto che richiama il concetto di resilienza trasformativa, poichè ha in sè le caratteristiche per essere trasformata in qualcosa di “altro”, facendo anche una crescita qualitativa, pur restando sempre una scatola. Ecco come una semplice scatola di cartone destinata al macero, data in mano ai bambini, mette in moto il pensiero creativo, che sviluppa le strategie più adatte allo scopo di dare uno spazio fisico, un’ambientazione, una rappresentazione al loro mondo interiore. A piccoli gruppi gli alunni progettano la loro scatola. La ricoprono di carte con la tecnica del decoupage, poi realizzano il suo interno usando tempere, colori acrilici e materiale di recupero . Infine c’è la fase importante della narrazione. Ogni gruppo condivide con gli altri la “storia” contenuta nella sua scatola. Avendo più tempo a disposizione le narrazioni possono essere registrate e diventare un libro.
7° Giorno – In natura chi sono i più resilienti? Facciamo una ricerca su internet. Scopriamo che nel mondo vegetale è un albero che conosciamo bene: il cipresso mediterraneo, che ha la capacità di resistere agli incendi. Realizziamo un disegno con i pastelli a olio ispirato al dipinto “I cipressi” di Van Gogh
8° Giorno – Il Sole con le mani.
Siamo giunti all’ultima fase di questo percorso. Viene realizzata una grande opera collettiva. In questo lavoro si ritrovano i tre concetti cardine che hanno ispirato il laboratorio:
Interdipendenza – il legame di dipendenza reciproca delle nostre mani, attaccate l’una vicino all’altra, ci fa sentire tutti collegati
Empatia – la tecnica del ricalco delle mani si basa su un atto di fiducia nell’altra persona
Resilienza – le mani-raggi diventano simbolo di trasformazione, di riorganizzazione originale, metafora di un’energia che da dentro va verso l’esterno
Lo scriverò nel vento…Che voglio bene al mondo…Lo leggerà la gente di un altro continente. E mi risponderà…Ed un sorriso rinascerà. Rinascerà!
Un grazie di cuore alla collega Luciana Gaudiosoche ha condiviso con me quest’avventura
Le mani fanno il mondo /Le nostre mani disegnano il contorno di altre mani /Sono mani esperte/Sanno fare tante cose:/Sanno colorare i sogni/Sanno contare veloce/Sanno seminare, suonare, salutare…/Oggi le abbiamo intrecciate insieme le nostre mani/Nell’intreccio si sono confuse/Ce le siamo scambiate come si fa con le figurine/Di chi sono queste? E quest’altre?/In un attimo sono scomparse le parole “mie” e “tue”/Ed è apparsa la parola “NOSTRE”/Le mani fanno il mondo. Gli alunni della classe V “D.Alighieri” 17 Settembre 2018Progetto Accoglienza alunni classe I
Tra i brusii e gli sguardi incuriositi, prendo un telo nero e lo stendo su un banco posizionato di fronte alla lavagna. Poi tiro su da terra una valigetta di legno (butai), appoggio nella parte superiore l’arcoscenico, anch’esso di legno, e inserisco nella tasca laterale le tavole della storia che andrò a narrare. Infine posiziono un faretto, un occhio di luce puntato sulla valigetta. Tutto questo avviene quando gli alunni sono in classe seduti al banco. La loro attenzione è rivolta a quei gesti preparatori, che annunciano ogni volta qualcosa che sta per cominciare, un inizio. Si crea così, nel tempo dell’attesa, una storia nella storia, che tra poco farà il suo ingresso. Il kamishibai, teatro itinerante nato in Giappone, è una sorta di albo “mobile” dove alle immagini fanno eco le parole (scritte dietro ogni tavola) e viceversa, in un dialogo in cui, ad ogni cambio di illustrazione, è come se si varcasse una soglia, come se si toccasse un ingranaggio che fa fare uno scatto in avanti. Il gesto della mano, che estrae la tavola e svela pezzetto per pezzetto quella successiva, “apre la porta alla meraviglia e allo stupore”. Il fatto interessante è che questo dialogare tra immagini e parole avviene in un mondo confinato tra due piccole ante di legno che, aprendosi come un sipario, catalizzano l’attenzione del pubblico su quello che accade dentro lo spazio delimitato dalla cornice. Il silenzio che regna in classe è il prologo alle voci del lettore o dei lettori, che a breve faranno risuonare nell’aula le parole di una storia semplice, ma intensa e di forte impatto. Narrare le storie con il Kamishibai è ridare significato ad uno spazio da preservare, da difendere. E’ riappropriarsi del tempo dell’attesa. In questo spazio temporale ognuno può crearsi un’idea, fantasticando su ciò che verrà. E’ il tempo della fantasia, della possibilità, della magia, del sogno, che però non ha niente di virtuale; al contrario si fonde con la realtà di questo strumento di narrazione, concreto legame tra chi parla e chi ascolta. Nasce così una complicità tra i partecipanti che, in qualche modo, difendono la ritualità della narrazione, scandita dagli spazi dell’attesa. La lettura di uno stesso testo è sempre diversa perchè realizza l’unicità del momento.
“Le parole si stringono alle immagini”
AntonioFaeti
Io uso il teatro kamishibai anche per imparare a fare descrizioni. Chiedo agli alunni di pensare ad un compagno e di descriverlo seguendo una scheda-traccia dove vengono segnate le caratteristiche della persona scelta ( età, elementi fisici, carattere, interessi…). Successivamente faccio costruire a ciascuno un burattino a stecca che raffigura il suo personaggio, dove vengono, per così dire, esagerati gli elementi fisici più caratteristici. Oppure giochiamo con le ombre: fisso al teatrino un foglio A3 di carta lucida con un semplice scenario; ogni bambino costruisce con il cartoncino nero la sagoma della persona descritta (si lavora sul ritratto di profilo, sul contorno), aggiunge dei particolari significativi, poi attacca su un bastoncino la sagoma prodotta e la presenta a tutti “portandola in scena”. Ciascuno legge un pezzetto alla volta la descrizione che ha scritto senza dire il nome del compagno scelto. Chi si riconosce nel personaggio descritto? Indoviniamo. Secondo te, la descrizione è fedele? E il ritratto? Ti riconosci? La stessa attività si può fare per un animale, un personaggio delle fiabe e dei cartoni, un oggetto, un ambiente… E’ un uso semplice del teatro delle ombre. Se vuoi utilizzarlo per narrare o costruire storie la lavorazione è più complessa e richiede un approfondimento delle tecniche che si possono imparare nei laboratori organizzati da Artebambini. Questo è un lavoro utile per focalizzare l’attenzione sui particolari e per allenarsi a cercare le parole per essere più precisi possibile. C’è una vera e propria caccia agli aggettivi qualificativi e alle similitudini, che vengono via via trascritti su un cartellone, suddivisi in base a chi o a che cosa si descrive ed è incredibile come i bambini imparino ad usarli perfettamente. Devono essere precisi se vogliono che la descrizione sia efficace!
Poi si passa alla costruzione di storie da narrare al Kamishibai. Prima con tutta la classe viene realizzato il progetto (menabò) di una storia letta o inventata; a questo punto i bambini vengono divisi in piccoli gruppi e realizzano su cartoncini A3 (grammatura 250/300 gr) le immagini della storia. Le didascalie vanno scritte a parte e poi incollate dietro ogni immagine, seguendo la tecnica della narrazione Kamishibai (vedi “Kamishibai. Istruzioni per l’uso” di P. Ciarcià – M. Speraggi). Ci sono storie che si prestano meglio di altre ad essere rappresentate, ad esempio le “Favole di Esopo”. Dividi la classe in piccoli gruppi e affida a ciascun gruppo una favola da costruire e portare in scena.
Le tavole riportate qui sotto sono state realizzate dalla sottoscritta in un laboratorio. Nella rappresentazione le parole devono essere sfalzate rispetto alle immagini, cioè il testo relativo alla prima tavola è scritto dietro l’ultima e così via, per permettere al narratore di leggere. Sono partita da una storia contenuta nella rivista DADA, l’ho letta e riscritta in 5 sequenze che ho adattato perché “dialogassero” il più possibile con le immagini e ho fatto un power point. Lo stesso procedimento si attua in classe, prima tutti insieme poi a coppie o a piccoli gruppi.
1
2
3
4
5
1. LINEA,STORIA,FANTASIA
1. –Che confusione!- pensavo guardando i muri dei portici pieni di manifesti e di graffiti, quando la mia attenzione cadde su…-E quella cos’è?-pensai. Una lunga linea nera carboncino se ne stava bella lunga e dritta sul muro
2. La linea nera non stava mai ferma. Si muoveva velocemente. Ora si allungava, ora si attorcigliava, poi faceva un arco e…parlava! Anzi, sparlava! Bla bla bla grrrrr…
3. –Oh, caro il mio cane – disse la linea nera al cane blu che era stato attaccato vicino a lei- Io non sono una linea qualunque. Tu resta pure dove sei! Ma io non posso stare ferma qui… ! Me ne vado!- disse tutta arrabbiata
4. La linea cominciò a correre sui muri, poi scivolò a terra, arrivò sulla strada e salì sopra una macchina rossa parcheggiata, poi sopra un cartello stradale e sul cornicione di un palazzo. Sembrava impazzita. Ma come fermarla?
5. –Adesso la chiudo in un barattolo!- pensai. Ma quando mi voltai, la linea era sparita di nuovo. Poco più in là, sull’insegna dell’edicola era riapparsa dopo tanto tempo la V di RIVISTE. Questa volta era una bellissima V in corsivo. Eccola, la mia strana amica linea.
Il filo rosso si attorciglia e disegna un cammello
Il teatrino può essere usato anche per esporre a tutta la classe argomenti di studio come testi scientifici sugli animali, la storia della Terra, gli ambienti geografici …E perchè no? Anche la Matematica può essere raccontata. E pure la Grammatica. Gianni Rodari lo ha fatto nel suo “Libro degli errori”. Le parole “sbagliate” possono dare vita a storie molto divertenti. Tutto diventa meno astratto, più concreto e si fissa meglio nella memoria. Per quanto riguarda l’Arte ci possiamo veramente sbizzarrire. Per esempio leggere in classe il libro” Il giro del cielo” di Pennac, ispirato alle opere di Mirò, adattare le parti del testo per Kamishibai. Qui la narrazione si fa arte. Oppure creare una semplice storia con i personaggi di Keith Haring, far uscire le creature dai quadri di Escher e lasciare che i bambini le trasformino raccontando la metamorfosi…cosa può diventare un pesce? E un gabbiano?
Giocare con le forme di Picasso, far parlare le figure volanti di Chagall… Si possono realizzare con i bambini dei tableau vivant e utilizzarli per scrivere un racconto da rappresentare al Kamishibai. Si parte da un’idea, poi viene fatto il progetto; scritta la storia, viene suddivisa in sequenze. Nei piccoli gruppi si realizzano le tavole (max15/20) con immagini e parole ed infine c’è la narrazione. La cosa importante è che il testo sia puro, essenziale, senza tanti orpelli, significativo, e non troppo lungo (max 350 caratteri per ogni tavola compresi gli spazi). Per quanto riguarda le tecniche se ne possono usare delle più svariate: texture, frottage, strappo, stencil, a spruzzo, ritaglio, pastelli a olio, fotografia,collage, mista… La cosa importante è non appesantire, non mettere troppi particolari, connotare i personaggi , lasciando spazio all’immaginazione.
Tableau vivant
E’ sorprendente come i bambini:
– Potenziano e affinano l’ascolto
– Acquisiscono familiarità con la struttura del testo narrativo e sono facilitati quando leggono e scrivono in autonomia
– Comprendono senza difficoltà cosa sono le sequenze narrative di un racconto
– Imparano a lavorare insieme ad un progetto comune e a valorizzare le risorse personali
– Si esprimono meglio ad alta voce di fronte agli altri, acquistando sicurezza
– Si attivano per essere più chiari possibile nel linguaggio e più espressivi
– Imparano a descrivere, ponendo l’attenzione ai particolari significativi che servono ad inquadrare una persona , un animale, un luogo, una situazione..
– Hanno la possibilità di osservare se stessi da una diversa prospettiva, quella di narratore e spettatore
Narrare per gli altri, in qualunque modo tu lo faccia, è una forma di cura. Questo modo di narrare arriva a tutti ed è particolarmente apprezzato dai bambini diversamente abili.
Se non possiedi un Kamishibai puoi costruirne uno da tenere in classe utilizzando una scatola di cartone per la pizza da asporto. Divertente realizzarne diversi con i bambini. Oltre che per le letture teatralizzate, è utile anche per fare delle “minilezioni” della durata di pochi minuti ciascuna, per esempio quando dobbiamo spiegare un concetto, un argomento complesso. Io l’ho usato in classe Prima per presentare difficoltà ortografiche come le doppie e la divisione in sillabe e in Seconda per introdurre le categorie grammaticali. L’attenzione di tutti sarà assicurata!
Grazie alla casa editrice Artebambini, che preserva e diffonde con passione la cultura del Kamishibai
Sappiamo che i bambini apprendono tutto quello che li coinvolge emotivamente. La riflessione linguistica è molto più efficace se è strettamente collegata agli argomenti affrontati in classe e se nasce da storie che portano a “creare qualcosa”. La grammatica diventa così uno sviluppo narrativo dove gli alunni si sentono spronati a scrivere. E se il personaggio della storia è un orco, per giunta che mangia i bambini, allora tutto diventa molto più interessante…
Un giorno mangia gli occhi di uno, poi la gamba di un altro…insomma è un vero orco! Questi elementi che a prima vista sembrano un po’ macabri, divertono moltissimo la classe.
La O di orco, accentuata dall’immagine di questo personaggio che possiede due grandi occhi, è sia la lettera iniziale che finale della parola. Da qui può nascere il gioco di scrivere una frase con dentro tante O (Oggi l’orco Oreste ordina otto oche e ottanta ostriche) oppure di trovare parole che hanno la stessa lettera all’inizio e alla fine (occhio, otto, orrendo, orso, orto, ornitorinco…) e “darle in pasto all’orco”, disegnandole nella sua pancia e poi scriverle come fosse un menù. I bambini, attratti dall’idea di inventare un nuovo menù per questo orco insaziabile, apprendono fonologia, morfologia, sintassi e lessico in modo veloce ed efficace.
Lo scorso anno in classe Prima, per presentare suoni e difficoltà ortografiche, sono partita dalla lettura di questo albo fantastico che si intitola “L’orco che mangiava i bambini” e la cui pancia è talmente grossa che non si accontenta di mangiare solo quelli…
In classe Prima l’orco ha mangiato di tutto: parole contenenti suoni difficili, per esempio parole con QU ,CU e CQU, MB, MP, con le DOPPIE e via di seguito. In classe Seconda l’orco è stato presentato in tre sagome identiche e vuote, “ha mangiato”i nomi di cosa, di animale e di persona, poi ha ingurgitato tutte le parole che sono accompagnate dagli articoli IL, LA e L’. È possibile lavorare così sulle varie categorie: nomi comuni e propri, concreti e astratti e così via.
Video esemplificativo lezione asincrona DaDLa sagoma dell’Orco
La nostra aula è posta al pianterreno, le finestre grandi danno sul giardino e su quel considerevole spiazzo di cemento che chiamiamo “il piazzalone”. Al suono della campanella ci lanciamo decisi proprio là. E’ diventato il nostro personale spazio all’aperto. Abbiamo svaligiato un intero ippocastano delle sue castagne. Ci siamo troppo divertiti! Dai vetri ogni tanto l’occhio va laggiù, a quello spazio di libertà…
Ce l’abbiamo in tanti questo sguardo oltre la finestra, stamattina.
La maestra apre l’anta dell’armadio e gli sguardi migrano istantaneamente dalle finestre alla luce che sta lampeggiando con insistenza.
-Presto, la visiera di collegamento!- esclama Mara, che svelta va a chiudere la porta.
-Allora bambini, stamani i nostri amici ci insegnano a guardare le cose che a noi passano inosservate, a cui nessuno presta più attenzione. Le foglie cadute! Le istruzioni sono queste: andate in giardino, osservate le foglie cadute in terra e raccoglietene alcune.
Tornati in classe la maestra lancia questa idea: faremo un museo, il museo delle foglie cadute.
Ciascuno si mette al lavoro per riprodurre al meglio la propria foglia. Si usano diversi sistemi: c’è chi traccia il contorno della foglia e poi colora l’interno con le matite, chi usa la tecnica del frottage con i pastelli a cera, chi il chiaroscuro usando il lapis e mettendo qualche punto di colore al centro… Poi ad ogni foglia viene apposta una scritta con: nome della pianta da cui proviene, data e luogo della raccolta, riferimento ad un episodio in particolare che accade in quel giorno (per es. è il compleanno di…/mi è caduto un dente…ecc. )
I bambini continuano la raccolta anche a casa. Nasce così un piccolo libro-museo sentimentale delle foglie cadute e dei piccoli eventi della nostra vita. E’ un catalogo di foglie che può contenere anche informazioni più strettamente scientifiche, ma è soprattutto uno strumento che invita a guardare e ad ascoltare con attenzione le piccole meraviglie della vita. Grazie amici extragalattici!
Un ringraziamento allo scrittore Antonio Catalano e alla casa editrice Artebambini
“Superficiale intendere il diario solo come il ricettacolo dei propri pensieri privati, segreti – come se fosse un confidente sordo, muto e analfabeta. Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei fare con un’altra persona; creo me stessa. il diario è un mezzo per darmi un senso d’identità”
Susan Sontag
Il diario è lo strumento più intimo di narrazione autobiografica, dove la dimensione personale si intreccia con quella sociale. Quando iniziamo a scrivere un diario intraprendiamo un dialogo. L’io narrante diventa anche interlocutore e si stabilisce una relazione tra la scrittura e le proprie emozioni. Il diario è un amico discreto, sempre aperto ad ascoltare e ad accogliere. Scrivere un diario è dare spazio all’ascolto, al bisogno di raccontarsi, di scrivere di sé, facendo ricorso alla memoria individuale che è anche memoria collettiva. Fermarsi a guardare e “tirare su ciò che si trova in fondo al pozzo”. Il rapporto con il proprio diario è vivo e pulsante: le parole si trattengono, prendono forma, rivivono ogni volta, mai in modo uguale. Nella scuola primaria, sfogliando l’antologia, ci si imbatte in un paio di pagine di diario (un classico è quello di Anna Frank); in genere il libro propone ai bambini di provare a scrivere una pagina di diario, ma non è affatto semplice se non sono abituati a farlo. Quando gli alunni sono pronti a misurarsi con la scrittura, in classe quarta, propongo loro di scrivere un diario. Facilita l’attività introspettiva e allena alla consapevolezza. Crea dimestichezza con l’ascoltarsi, con il connettersi alla propria memoria e dispiegarla lí sulla pagina. Mettere per scritto i dubbi, i problemi, le paure, è averli riconosciuti e già in gran parte risolti…Recuperare i propri ricordi permette di rivedere il passato ma anche di mettere in evidenza il cambiamento e soprattutto percepire la propria essenza che resta la stessa nel corso degli anni. A me è successo leggendo pagine di diario che avevo scritto molto tempo fa. Mi sono stupita di come già allora la mia visione profonda delle cose fosse sostanzialmente la stessa di oggi. Quando si parla di educazione all’affettività cosa c’è di meglio che scrivere un diario? È una vera e propria educazione sentimentale. Si possono alternare momenti di scrittura libera e scrittura a tema. Gli attivatori per la narrazione possono essere i più svariati: dagli incipit classici (Quella volta cheio…Ho sognato di…Quel giorno l’ho combinata grossa…Ricordo la prima voltache…) all’uso di elementi sensoriali (foto. Immagini, odori, sapori, oggetti, ad es. un sasso, una conchiglia trovata in riva al mare…) Se poi si ha tempo, possiamo far costruire il diario ai bambini. Basta prendere 15 fogli A4, piegarli a metà e metterli uno nell’altro; poi fare la copertina con un cartoncino da ricoprire con carte, stoffa…
La rilegatura si può fare facendo passare un nastrino attraverso due piccoli fori fatti nella piegatura interna dei fogli e fermarlo all’esterno con due bulloncini.
Esiste un luogo intimo e raccolto dove è permesso ascoltare le vite degli altri. Varcata la porta, già mentre si salgono le scale, si percepisce un silenzio che non è quello solito che si trova nei musei. È un silenzio lieto, vivo, che di lì a poco si riempirà con garbo e gentilezza del “fruscio” di tante vite vissute. Silenzio e parole dialogano tra loro, facendo affiorare ricordi, memorie, emozioni. Si entra così, con rispetto, in punta di piedi, nel Piccolo Museo del Diario, e si esce commossi, sereni e grati per il regalo ricevuto. È un’ esperienza da fare.
Piccolo Museo del Diario – Pieve Santo Stefano (Arezzo)
-Apri l’armadio bianco accanto alla Lim- dice sicura nell’orecchio della maestra la voce di Jack che ha un tono leggermente metallico- Nell’anta sinistra c’è una lampadina. Se la vedi lampeggiare a intermittenza, indossa subito la visiera. Hai cinque minuti di tempo, dopodiché smetterà di lampeggiare e il messaggio andrà perduto. Adesso la puoi togliere. Passo e chiudo.-
I bambini stanno aspettando istruzioni per iniziare. Tiriamo fuori dallo zaino tutte le nostre cose. Abbiamo voglia di riprendere le solite attività quotidiane. La maestra legge le filastrocche degli animali…il corvo e la vanagloria🤔… ma che cos’è?
Poi è la volta delle Favole al telefono. Ci fa ridere la storia del pulcino cosmico🐤 e di Gino Tibolla, che tra 25 anni sarà il capitano dell’astronave che riporterà il pulcino su Marte Ottavo.
IO SONO IN SECONDA. Scriviamo fieri sul quaderno. Quest’anno abbiamo il quaderno a righe e le penne. Siamo grandi, noi. È bello stare di nuovo così…vicini. In tutto questo leggere, parlare, guardarsi, cimentarsi con le penne, colorare…la maestra si è dimenticata di guardare nell’armadio. Così, mentre tutti stanno finendo il lavoro, si avvicina all’anta sinistra, tira la maniglia con decisione e….la lampadina sta lampeggiando! Il primo impulso è quello di richiudere l’armadio, invece lascia aperto e indica ai bambini la luce a intermittenza. -Indossa la visiera!Dai!- dicono in coro. Hanno capito tutto.
Andrea si alza per chiudere la porta.
La maestra indossa la visiera e avviene qualcosa di magico. La voce che le arriva non la sente più nelle orecchie, eppure è chiara…le parole arrivano tutte…ma dove? “Non è il momento di farsi tante domande” pensa la maestra.
-Allora bambini, siete pronti? Adesso fate quello che vi dirò!-
Fine seconda puntata
Si informano i signori lettori che i fatti narrati stanno realmente accadendo. Chi scrive non sa assolutamente come andrà avanti questa storia. È una storia che si costruisce in classe giorno per giorno. Gli autori veri sono loro: i bambini e le bambine della classe seconda dei Colli.
“La funzione creatrice dell’immaginazione appartiene all’uomo comune, allo scienziato, al tecnico; è essenziale alle scoperte scientifiche come alla nascita dell’opera d’arte; è addirittura condizione necessaria della vita quotidiana… Creatività è sinonimo di pensiero divergente, cioè capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. “ Gianni Rodari
I bambini hanno tutti una grande capacità: quella di trasformare cose, situazioni, eventi in atti creativi e originali. Ogni cosa per loro è una autentica scoperta, magica e sorprendente. E il maestro? “É unadulto che sta con i ragazzi per esprimere il meglio di se stesso, per sviluppare anche in se stesso gli abiti della creazione, dell’immaginazione, dell’impegno costruttivo…” G.Rodari
Un calzino……è un gallettoUna tazza……é una ragazza
Un cesto d’insalata una ballerina, una spugna un cane, un sasso un mostro…e così via. Un’altra attività molto creativa è quella di consegnare ai bambini una forma, per esempio di un animale , e chiedere loro di decorarla in modo fantastico, libero o a tema. Ricordi le mucche della Cow Parade di alcuni anni fa decorate da vari artisti?
La forma di un animale da decorareUna mucca a tema floreale
Crow Parade
Allo stesso modo si possono proporre oggetti da “destrutturare”trasformandoli in qualcos’altro. All’inizio di questo anno scolastico ho proposto ai miei alunni di trasformare la mascherina, usando una di quelle che teniamo in cartella come riserva.
-Il terzo è volato via- ha detto la bambina
Operando trasformazioni possiamo lavorare in modo divertente sulla metafora. Porta in classe semplici oggetti come un ombrello, un cappello, una cravatta… Costruiamo tutti insieme Il libro delle metafore.
Per arrivare con i bambini più grandi a “vedere” dentro un occhio l’universo, in una sagoma di uomo un cielo di nuvole, in una bocca un mare e una spiaggia…
La parola chiave per fare arte con i bambini è “sperimentare”. Tutti in classe Prima e Seconda lavoriamo sui colori. Questo percorso può essere realizzato in qualunque classe, ovviamente adattando il livello all’età degli alunni. Scegli un colore, ad esempio il rosso. Chiedi ad ogni bambino di cercare tanti “rossi” di diverse sfumature, ritagliandoli da riviste, da pezzi di stoffe avanzate e di procurarsi bottoni, nastri, pasta, pezzetti di plastica e oggetti vari di piccole dimensioni. Una volta portati a scuola, ognuno realizza con i pezzi scelti un collage su un foglio da disegno o su un cartoncino. Poi si raccolgono tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per colorare di rosso: pennarelli, matite, cere, pastelli a olio, e, se possibile, anche tempere e acquerelli. I bambini sperimentano le potenzialità e i limiti di ogni strumento. All’inizio è meglio lasciarli liberi davanti al foglio bianco, successivamente possiamo dare loro una composizione di forme. Il comando è di colorare ogni forma usando matite e pastelli dello stesso colore. Ogni forma deve essere colorata in modo “diverso”: pigiato, leggero, con una diversa texture, a righe, a pois ecc. Diamo solo le indicazioni necessarie; sono i bambini che devono scoprire tutte le possibilità. Un lavoro successivo è quello di presentare alla classe due opere, una con predominanza di colori caldi e l’altra realizzata con colori freddi. Ad esempio “I girasoli” di Van Gogh e uno dei paesaggi di Cézanne. Durante l’osservazione possiamo fare domande del tipo “Che cosa notate?/Con quali colori è stato realizzato il dipinto?/Perché, secondo voi, l’artista ha usato questi colori?/ Che sensazioni vi trasmettono?”…Dopo questa analisi, vengono consegnate a ciascuno due composizioni uguali stampate in bianco e nero( può trattarsi di un soggetto astratto o reale stilizzato). Il comando è di colorarne una con i colori caldi e l’altra con i colori freddi. È interessante mettere a confronto i disegni”caldi” e quelli “freddi”, chiedere ai bambini le loro osservazioni e sensazioni e registrarle. Io in genere suggerisco anche di dare un titolo al lavoro finito. In tutti i lavori lo spazio del foglio deve essere totalmente ricoperto. Oltre al rosso, è consentito usare il nero, ma solo per dare un tocco qua e là come fosse una pennellata. Il nero fa risaltare il colore e dà carattere al lavoro. Queste composizioni vanno tutte insieme a formare “Il libro Rosso”. Lo stesso iter viene seguito per gli altri colori fondamentali, il giallo e il blu. Una volta realizzati anche “Il libro Blu” e “Il libro Giallo”, possiamo leggere la storia di “Piccolo Blu e Piccolo Giallo” di Leo Lionni. Nasce “Il libro Verde”. Di pari passo vengono presentate alla classe le fiabe con i colori. Si parte dalla classica Cappuccetto Rosso( una versione con immagini stupende è quella illustrata da Kvêta Pacoská- Nord-Sud edizioni) e si continua con Cappuccetto Giallo, Blu e Verde di Munari. Esiste anche la storia di Cappuccetto Bianco, sempre di Munari. L’insegnante stavolta non la legge, ma fotocopia il testo della favola e lo consegna ai bambini ritagliato in varie strisce. Ogni striscia viene incollata su un foglio colorato e illustrata con un collage(il nero può servire per i particolari). Questa attività serve anche per verificare il grado di competenza nella lettura, comprensione e illustrazione di una storia. A questo punto si possono introdurre la figura e lo sfondo da colorare con uno stesso colore, ma usando tecniche diverse ( pigiato, leggero, sfumato, a linee, puntini, macchie, pezzi…) per creare uno stacco tra il soggetto in primo piano e lo sfondo. Lasciamo che i bambini sperimentino le varie texture, mettendo il foglio su diverse superfici (muro, pavimento, certe copertine di quaderni e libri … e tutto quello che sanno trovare sia dentro l’aula che fuori) . Poi con matite e pastelli a cera creano effetti diversi a seconda della pressione esercitata dalla mano. È il momento di inventare una storia collettiva, per esempio Cappuccetto Arancione, dove il lupo fa un’ indigestione di arance oppure Cappuccetto Viola dove la bambina si traveste da melanzana🍆 ecc ecc. Saranno i bambini a raccontare. Si continua lavorando con gli altri colori secondari e con i colori complementari. Sul web ci sono tante proposte in merito, disegni adatti per creare abbinamenti e contrasti di colore a seconda dell’effetto che si vuole ottenere. Quello che mi interessa dire é che queste esperienze artistiche possono diventare autentiche esperienze di narrazione. Narrazione di storie, ma anche narrazione di sé. Con i colori si raccontano le emozioni e i pensieri connessi al proprio vissuto. Il docente accompagna i bambini a guardare le “cose” che conoscono e a colorarle in maniera… diversa (basti pensare alle opere di Andy Wharol). Certo è che l’insegnante per primo deve lasciare andare le proprie verità per aprirsi alla ricerca. Questo non significa affatto affidarsi al caso, anzi! Mettere a punto un percorso che è fatto dai bambini è spesso la cosa più difficile.
“Quando tu ridi, tu cambi e quando tu cambi, cambia il mondo intorno a te.”Dott. Madan Kataria
E se a scuola facessimo lo yoga della risata? Ridere insieme agli altri fa bene.
È una pratica estremamente accogliente ed inclusiva.
Educa alla coerenza e al rispetto delle regole.
Fa rilassare portandoci in contatto con il nostro RESPIRO attraverso il SILENZIO e l’ASCOLTO.
Migliora ritmo e percezione spaziale.
Non necessita di luoghi particolari né di attrezzature; si può praticare ovunque.
Attiva la felicità e diminuisce lo stress, agisce sulla gestione delle emozioni e delle difficoltà, aumenta energia e difese immunitarie, predispone in modo positivo al lavoro scolastico, migliora le relazioni, aumenta la resilienza…
Di seguito è riportato il link dove puoi trovare tutte le informazioni che ti serve sapere se sei interessato a questa pratica.
E se quest’anno iniziassimo con una storia per sdrammatizzare un po’?
É il 14 Settembre 2020. È la mattina del primo giorno di scuola. La maestra aspetta il suono della campanella per andare a prendere gli alunni che stanno arrivando alla spicciolata. Sul viso ha una visiera trasparente e una mascherina che le copre naso e bocca. Il movimento degli 👀 e delle 🤲 svela una certa emozione. Tra poco incontrerà dal vivo i suoi alunni. Quasi non ci crede, dopo così tanto tempo!
– Jack chiama Terra. Rispondete!- Dice la voce nell’auricolare sull’orecchio destro.
-Qui Terra. Tutto procede bene. Sto aspettando l’ingresso dei bambini. Tra poco entreranno…- risponde lei con un tono che tradisce una certa impazienza-
-La procedura di Amicizia Extragalattica è stata avviata. Non appena sarete in grado di collegarvi, attiveremo la connessione –
Driiiiinnnn!!! Al suono della 🛎 si incrociano tanti “ciao” “bentornato” “come stai?”. I gomiti si toccano in un incrocio artistico, le mani svolazzano in aria, si chiudono e si aprono come🦋🦋🦋 appena nate. Oggi ci si abbraccia così sul pianeta Terra. Tutti si misurano con lo sguardo. Abbiamo l’aria più…a grandi.
È un turbinare di colori sui volti. Emozioni e mascherine si fondono. Non si capisce più dove finisce l’una e dove comincia l’altra. -Bella la tua mascherina con le Lollipop !- esclama Mara. -Me l’ha cucita la nonna- dice Jennifer pimpante.
Entriamo tutti nella nuova aula. C’è qualcosa di diverso…uhmmm🤔. “È bella, sembra più spaziosa…” Ciascuno sceglie un posto. -Bambini, la classe è diventata una navicella spaziale-racconta la maestra- Ognuno di voi ha la sua postazione di comando. É molto importante averne cura. Io siederó al tavolino di navigazione. Tra poco, quando tutti ci saremo sistemati, vi spiegherò le istruzioni per iniziare il nostro viaggio.-
“Jack siamo pronti. Iniziamo!”sussurra la maestra
Fine prima puntata
Entriamo in classe e la troviamo vuota… Metti un particolare che possa attirare l’attenzione dei bambini, che possa essere un aggancio per la fantasia. Una lampadina a led che si accende, luce fissa e intermittente…
“Tra mondo e sé avvengono una serie di scambi: mentre il mondo dell’esperienza produce il sé, il sé produce il mondo. In modo analogo si può affermare che mentre il sé costruisce la propria autobiografia, l’autobiografia costruisce il proprio sé.” Rossella Safina
Parlare e scrivere di sé è una grande possibilità che la scuola primaria offre ai bambini per educarli al piacere di raccontarsi, attingendo alla memoria. Diviene un momento di crescita dove si impara a conoscersi e a valorizzarsi. La scuola è un luogo protetto che accoglie e sollecita le differenze. È il posto giusto dove ascoltarsi e ascoltare gli altri.
In classe Terza , quando tutti abbiamo gli strumenti necessari per leggere e scrivere, progetto un lavoro sul raccontare ed in particolare sulla narrazione autobiografica. Si tratta di un percorso avventuroso, dove avviene una vera e propria esplorazione di tanti tipi di linguaggio. L’intento è quello di portare i bambini a contatto con una molteplicità di spunti che offrano loro la possibilità di parlare di loro stessi da varie prospettive. Attraverso un itinerario strutturato con consapevolezza, fatto di storie, giochi linguistici, immagini, opere d’arte, colori, suoni e movimenti, i bambini si raccontano. Fare autobiografia a scuola è un’esperienza didattica altamente formativa. In un tempo in cui la comunicazione è impregnata di pregiudizi e luoghi comuni che semplificano la complessità del mondo, i bambini si trovano a seguire in automatico schemi comportamentali e giudizi, senza soffermarsi a riflettere adeguatamente. Dov’è finito il senso critico? C’è, ma, come tutte le cose, va allenato. Approfondire il rapporto con sé e con l’altro è entrare in contatto con la nostra complessità e con quella degli altri. Iniziare a vedere il proprio punto di vista non come l’unico per leggere la realtà, ma come uno dei tanti. Ecco l’importanza di far affiorare le proprie esperienze attraverso la memoria e i ricordi e di scambiarsele, capire che esiste un interdipendenza, che un singolo fatto, un evento, è il frutto di una molteplicità di fatti ed eventi.
“Siamo il risultato della nostra memoria e dei cambiamenti, che altro non sono che le risposte che ognuno dà alle chiamate della vita.”(Leardini)
Questo corso nasce per condividere un’esperienza fantastica che ho fatto tre anni fa. È semplicemente passare il mio lavoro ad altri che potranno farne l’uso che vogliono. Perché ho lanciato un’idea in classe, ho visto che funzionava e questo mi ha fatto capire che di poesia non sappiamo tutto, ma che c’è ancora tanto da scoprire.
Perché proprio la poesia? Perché la poesia è il linguaggio più vicino ai bambini. È parola essenziale, scarnificata di ogni orpello e retorica. È ciò che di più autentico racconta e descrive. Erroneamente tanti pensano che sia un linguaggio troppo alto…Al contrario! I bambini non fanno nessuna fatica a scrivere poesie se fin da piccoli sono abituati ad ascoltarle e a giocarci.
Che cosa è la Poesia? La poesia non si definisce, si fa. Poesia è dare una “stanza”, un corpo, un luogo ai nostri pensieri, ai nostri gesti, alle nostre emozioni, alle nostre paure… usando una lingua diversa da quella abituale, una lingua che si fa immediatamente immagine, una lingua coraggiosa che rompe ogni barriera. La poesia non è qualcosa di astratto. La poesia è qualcosa di molto concreto. (Perlaparola, Chiara Carminati, pagg. 20-24) Fin dalla classe Prima è importante dare alla Poesia un suo momento, una collocazione all’interno dell’orario scolastico settimanale.
Perché fare poesia a scuola? Fare poesia è lavorare sulla parola,è lavorare su noi stessi attraverso la parola, è conoscere noi stessi attraverso la parola, è scoprire il potere che ha la parola, è dare voce a tutti in eguale misura, è abbattere le barriere del giudizio, è eliminare la distanza tra noi e gli altri, è motivare alla lettura, è imparare a scrivere vincendo la paura del foglio bianco.
In che modo farepoesia a scuola? Si può fare poesia a scuola in molti modi. Io programmo di anno in anno un laboratorio, che non è altro che un progetto all’interno delle ore di Italiano con obiettivi della programmazione e attività ben precise, a cui viene dedicato uno spazio settimanale di 2 ore. Con i più piccoli, che non sanno leggere e scrivere, getto intanto le basi attraverso l’ascolto. Leggo ogni giorno in modo gratuito, oltre a racconti, fiabe e libri di narrativa, poesie e filastrocche. Il puro piacere della lettura e dell’ascolto si trasforma pian piano in una efficace strategia didattica. I piccoli le imparano subito a memoria. Poi ne scriviamo una collettiva e la illustriamo a disegni. È la nostra prima poesia.
Che cosa s’intende per “laboratorio di poesia ”? S’intende uno spazio in cui ciascuno sperimenta
Ascolto
Non giudizio
Condivisione
Solo in un ambiente non giudicante, ci sarà quello spazio di libertà dove ascoltarsi ed ascoltare. Questo è molto importante.
Ascolto. Stare dentro noi stessi in quel preciso momento e accogliere tutto, senza voler capire ad ogni costo.
Non giudicare è accogliere e rispettare ogni parola, gesto, voce, espressione che vengono da noi stessi e dagli altri. È non stare dentro le categorie “bello-brutto/giusto-sbagliato/mi piace-non mi piace…”. Ciò non significa non correggere eventuali errori. Ma questo avviene in un secondo momento, quando si è creato un ambiente di completa fiducia, apertura e rispetto.
Condividere è aprirsi a dare e a ricevere. La condivisione non si impone. C’è libertà assoluta. Non c’è nessuna valutazione. Soltanto la parola “grazie”.