Il teatro kamishibai

“La mia mano” di Fuad Aziz

Le mani fanno il mondo /Le nostre mani disegnano il contorno di altre mani /Sono mani esperte/Sanno fare tante cose:/Sanno colorare i sogni/Sanno contare veloce/Sanno seminare, suonare, salutare…/Oggi le abbiamo intrecciate insieme le nostre mani/Nell’intreccio si sono confuse/Ce le siamo scambiate come si fa con le figurine/Di chi sono queste? E quest’altre?/In un attimo sono scomparse le parole “mie” e “tue”/Ed è apparsa la parola “NOSTRE”/Le mani fanno il mondo. Gli alunni della classe V “D.Alighieri” 17 Settembre 2018 Progetto Accoglienza alunni classe I

Tra i brusii e gli sguardi incuriositi, prendo un telo nero e lo stendo su un banco posizionato di fronte alla lavagna. Poi tiro su da terra una valigetta di legno (butai), appoggio nella parte superiore l’arcoscenico, anch’esso di legno, e inserisco nella tasca laterale le tavole della storia che andrò a narrare. Infine posiziono un faretto, un occhio di luce puntato sulla valigetta. Tutto questo avviene quando gli alunni sono in classe seduti al banco. La loro attenzione è rivolta a quei gesti preparatori, che annunciano ogni volta qualcosa che sta per cominciare, un inizio. Si crea così, nel tempo dell’attesa, una storia nella storia, che tra poco farà il suo ingresso. Il kamishibai, teatro itinerante nato in Giappone, è una sorta di albo “mobile” dove alle immagini fanno eco le parole (scritte dietro ogni tavola) e viceversa, in un dialogo in cui, ad ogni cambio di illustrazione, è come se si varcasse una soglia, come se si toccasse un ingranaggio che fa fare uno scatto in avanti. Il gesto della mano, che estrae la tavola e svela pezzetto per pezzetto quella successiva, “apre la porta alla meraviglia e allo stupore”. Il fatto interessante è che questo dialogare tra immagini e parole avviene in un mondo confinato tra due piccole ante di legno che, aprendosi come un sipario, catalizzano l’attenzione del pubblico su quello che accade dentro lo spazio delimitato dalla cornice. Il silenzio che regna in classe è il prologo alle voci del lettore o dei lettori, che a breve faranno risuonare nell’aula le parole di una storia semplice, ma intensa e di forte impatto. Narrare le storie con il Kamishibai è ridare significato ad uno spazio da preservare, da difendere. E’ riappropriarsi del tempo dell’attesa. In questo spazio temporale ognuno può crearsi un’idea, fantasticando su ciò che verrà. E’ il tempo della fantasia, della possibilità, della magia, del sogno, che però non ha niente di virtuale; al contrario si fonde con la realtà di questo strumento di narrazione, concreto legame tra chi parla e chi ascolta. Nasce così una complicità tra i partecipanti che, in qualche modo, difendono la ritualità della narrazione, scandita dagli spazi dell’attesa. La lettura di uno stesso testo è sempre diversa perchè realizza l’unicità del momento.

“Le parole si stringono alle immagini”

Antonio Faeti

Io uso il teatro kamishibai anche per imparare a fare descrizioni. Chiedo agli alunni di pensare ad un compagno e di descriverlo seguendo una scheda-traccia dove vengono segnate le caratteristiche della persona scelta ( età, elementi fisici, carattere, interessi…). Successivamente faccio costruire a ciascuno un burattino a stecca che raffigura il suo personaggio, dove vengono, per così dire, esagerati gli elementi fisici più caratteristici. Oppure giochiamo con le ombre: fisso al teatrino un foglio A3 di carta lucida con un semplice scenario; ogni bambino costruisce con il cartoncino nero la sagoma della persona descritta (si lavora sul ritratto di profilo, sul contorno), aggiunge dei particolari significativi, poi attacca su un bastoncino la sagoma prodotta e la presenta a tutti “portandola in scena”. Ciascuno legge un pezzetto alla volta la descrizione che ha scritto senza dire il nome del compagno scelto. Chi si riconosce nel personaggio descritto? Indoviniamo. Secondo te, la descrizione è fedele? E il ritratto? Ti riconosci? La stessa attività si può fare per un animale, un personaggio delle fiabe e dei cartoni, un oggetto, un ambiente… E’ un uso semplice del teatro delle ombre. Se vuoi utilizzarlo per narrare o costruire storie la lavorazione è più complessa e richiede un approfondimento delle tecniche che si possono imparare nei laboratori organizzati da Artebambini. Questo è un lavoro utile per focalizzare l’attenzione sui particolari e per allenarsi a cercare le parole per essere più precisi possibile. C’è una vera e propria caccia agli aggettivi qualificativi e alle similitudini, che vengono via via trascritti su un cartellone, suddivisi in base a chi o a che cosa si descrive ed è incredibile come i bambini imparino ad usarli perfettamente. Devono essere precisi se vogliono che la descrizione sia efficace!

Poi si passa alla costruzione di storie da narrare al Kamishibai. Prima con tutta la classe viene realizzato il progetto (menabò) di una storia letta o inventata; a questo punto i bambini vengono divisi in piccoli gruppi e realizzano su cartoncini A3 (grammatura 250/300 gr) le immagini della storia. Le didascalie vanno scritte a parte e poi incollate dietro ogni immagine, seguendo la tecnica della narrazione Kamishibai (vedi “Kamishibai. Istruzioni per l’uso” di P. Ciarcià – M. Speraggi). Ci sono storie che si prestano meglio di altre ad essere rappresentate, ad esempio le “Favole di Esopo”. Dividi la classe in piccoli gruppi e affida a ciascun gruppo una favola da costruire e portare in scena.

Le tavole riportate qui sotto sono state realizzate dalla sottoscritta in un laboratorio. Nella rappresentazione le parole devono essere sfalzate rispetto alle immagini, cioè il testo relativo alla prima tavola è scritto dietro l’ultima e così via, per permettere al narratore di leggere. Sono partita da una storia contenuta nella rivista DADA, l’ho letta e riscritta in 5 sequenze che ho adattato perché “dialogassero” il più possibile con le immagini e ho fatto un power point. Lo stesso procedimento si attua in classe, prima tutti insieme poi a coppie o a piccoli gruppi.

1. LINEA,STORIA,FANTASIA

1.    –Che confusione!- pensavo guardando i muri dei portici pieni di manifesti e di graffiti, quando la mia attenzione cadde su…-E quella cos’è?-pensai. Una lunga linea nera carboncino se ne stava bella lunga e dritta sul muro

2. La linea nera non stava mai ferma. Si muoveva velocemente. Ora si allungava, ora si attorcigliava, poi faceva un arco e…parlava! Anzi, sparlava! Bla bla bla grrrrr

3. –Oh, caro il mio cane – disse la linea nera al cane blu che era stato attaccato vicino a lei- Io non sono una linea qualunque. Tu resta pure dove sei! Ma io non posso stare ferma qui… ! Me ne vado!- disse tutta arrabbiata

4. La linea cominciò a correre sui muri, poi scivolò a terra, arrivò sulla strada e salì sopra una macchina rossa parcheggiata, poi sopra un cartello stradale e sul cornicione di un palazzo. Sembrava impazzita.  Ma come fermarla?

5. –Adesso la chiudo in un barattolo!- pensai. Ma quando mi voltai, la linea era sparita di nuovo. Poco più in là, sull’insegna dell’edicola era riapparsa dopo tanto tempo la V di RIVISTE. Questa volta era una bellissima V  in corsivo. Eccola, la mia strana amica linea.

Il filo rosso si attorciglia e disegna un cammello

Il teatrino può essere usato anche per esporre a tutta la classe argomenti di studio come testi scientifici sugli animali, la storia della Terra, gli ambienti geografici …E perchè no? Anche la Matematica può essere raccontata. E pure la Grammatica. Gianni Rodari lo ha fatto nel suo “Libro degli errori”. Le parole “sbagliate” possono dare vita a storie molto divertenti. Tutto diventa meno astratto, più concreto e si fissa meglio nella memoria. Per quanto riguarda l’Arte ci possiamo veramente sbizzarrire. Per esempio leggere in classe il libro” Il giro del cielo” di Pennac, ispirato alle opere di Mirò, adattare le parti del testo per Kamishibai. Qui la narrazione si fa arte. Oppure creare una semplice storia con i personaggi  di Keith Haring, far uscire le creature dai quadri di Escher e lasciare che i bambini le trasformino raccontando la metamorfosi…cosa può diventare un pesce? E un gabbiano?

Giocare con le forme di Picasso, far parlare le figure volanti di Chagall… Si possono realizzare con i bambini dei tableau vivant e utilizzarli per scrivere un racconto da rappresentare al Kamishibai. Si parte da un’idea, poi viene fatto il progetto; scritta la storia, viene suddivisa in sequenze. Nei piccoli gruppi si realizzano le tavole (max15/20) con immagini e parole ed infine c’è la narrazione. La cosa importante è che il testo sia puro, essenziale, senza tanti orpelli, significativo, e non troppo lungo (max 350 caratteri per ogni tavola compresi gli spazi). Per quanto riguarda le tecniche se ne possono usare delle più svariate: texture, frottage, strappo, stencil, a spruzzo, ritaglio, pastelli a olio, fotografia,collage, mista… La cosa importante è non appesantire, non mettere troppi particolari, connotare i personaggi , lasciando spazio all’immaginazione.

E’ sorprendente come i bambini:

– Potenziano e affinano l’ascolto

– Acquisiscono familiarità con la struttura del testo narrativo e sono facilitati quando leggono e scrivono in autonomia

– Comprendono senza difficoltà cosa sono le sequenze narrative di un racconto

– Imparano a lavorare insieme ad un progetto comune e a valorizzare le risorse personali 

– Si esprimono meglio ad alta voce di fronte agli altri, acquistando sicurezza

– Si attivano per essere più chiari possibile nel linguaggio e più espressivi

– Imparano a descrivere, ponendo l’attenzione ai particolari significativi che servono ad inquadrare una persona , un animale, un luogo, una situazione..

– Hanno la possibilità di osservare se stessi da una diversa prospettiva, quella di narratore e spettatore

Narrare per gli altri, in qualunque modo tu lo faccia, è una forma di cura. Questo modo di narrare arriva a tutti ed è particolarmente apprezzato dai bambini diversamente abili.

Se non possiedi un Kamishibai puoi costruirne uno da tenere in classe utilizzando una scatola di cartone per la pizza da asporto. Divertente realizzarne diversi con i bambini. Oltre che per le letture teatralizzate, è utile anche per fare delle “minilezioni” della durata di pochi minuti ciascuna, per esempio quando dobbiamo spiegare un concetto, un argomento complesso. Io l’ho usato in classe Prima per presentare difficoltà ortografiche come le doppie e la divisione in sillabe e in Seconda per introdurre le categorie grammaticali. L’attenzione di tutti sarà assicurata!

Grazie alla casa editrice Artebambini, che preserva e diffonde con passione la cultura del Kamishibai

http://www.kamishibaitalia.it/

La mia mano accoglie i frutti di Madre Terra

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